L’ONDA E L’OMBRA DELLA CRISI

L’ONDA E L’OMBRA DELLA CRISI

Per quanto si cerchi di mantenere uno spirito positivo e sebbene se ne parli troppo (e troppo a sproposito, vedi gli inviti a non considerarla tale), l’onda lunga della crisi ha ormai toccato tutti e significativamente.

Non si può impunemente sostenere che da noi va meglio, che in realtà è meno grave di quanto non si dica, che in fondo siamo abituati a periodi recessivi e dunque vaccinati. Questa crisi è reale ed è importante non negarla.
Il primo modo di affrontare una situazione difficile è riconoscere che lo è, barare al gioco non serve a nessuno.

Il problema si pone subito dopo, visto che le condizioni del contesto sono mutate e considerato che nessuno sa quanto durerà e di che dimensioni sarà. Come reagire da imprenditori, manager e professionisti?
Abbiano sostenuto che la crisi è non solo minaccia, anche opportunità e che nei periodi difficili c’è chi si avvantaggia e chi recede: avviene una sorta di selezione naturale in cui il più forte sopravvive.

Questo è il momento di fare appello a tutte le proprie risorse, intellettive e emotive, politiche e organizzative, finanziarie e patrimoniali, perché la sfida è seria e importante per la sopravvivenza.

La riflessione ci conduce a considerare alcuni degli eventi che osserviamo.
Innanzitutto molte multinazionali, segnatamente le statunitensi, stanno tagliando in modo abnorme costi e strutture, come se fosse l’unica leva disponibile o agibile. Lo fanno anche contro ogni logica (fatturati elevati, margini consistenti, climi organizzativi favolosi, efficienza gestionale, ecc.)
La corsa alla riduzione dei costi è spesso cieca e senza uno scopo preciso a lungo termine: si lavora solo sul breve, per dimostrare di essere bravi come CEO e garantirsi il proprio futuro. Osservando questi fenomeni ci sembra di poter dire che la via dei costi non è e non può essere l’unica leva.

In un clima di maggior fiducia e stima delle filiali italiane si può ricorrere ad altre strade che richiedono ovviamente più margini e più poteri locali, considerando la realtà territoriale come una vera Business Unit che risponde solo del risultato globale prodotto e può accedere a investimenti coerenti.
Riorganizzare i processi ci sta, ridimensionare le strutture pure, evitare gli sprechi anche, tuttavia la vittoria arride a chi trova nuove soluzioni, nuove nicchie, nuovi spazi, nuove tecnologie e nuove metodologie, nuovi servizi, nuovi valori aggiunti nella catena fornitore-cliente.

Molte aziende italiane, soprattutto le PMI, particolarmente quelle guidate da chi ci sa fare, stanno invece crescendo e conquistando spazi che permettono loro di sopravvivere in mari in tempesta, grazie alla loro agilità, alla flessibilità con cui si adattano rapidamente al nuovo contesto, all’originalità di nuovi approcci tecnici o di servizio.
È una lezione importante: dobbiamo tutti essere intraprenditori, abbandonare il lassismo e le giustificazioni (per quanto legittime) e attivare tutte le nostre facoltà per ri-emergere e continuare a produrre ricchezza per noi e per gli altri.
L’intraprenditore è ognuno di noi. Pur nel realismo, affronta la nuova situazione cercando subito, proattivamente, strade diverse: se così non funziona, meglio cambiare e subito, non rimandando la presa di decisioni (do it! Fallo subito!)

La forza maggiore delle aziende è rappresentata dalle persone, dal gruppo, dalla squadra e questa leva si mette in movimento solo quando c’è una volontà specifica, quando si sta bene insieme, indipendentemente dai ruoli, quando c’è fiducia, spinta, stimolo, incentivo, quando si trasferisce al gruppo l’obiettivo di reagire positivamente, dando segnali di incoraggiamento.
Nelle aziende invece si respira prevalentemente sfiducia, resistenza, renitenza, passività, alibi, difesa, contenimento dei costi e delle iniziative. Una prova per tutte: la formazione continuamente rimandata, perché è un costo non necessario. Al contrario: è un investimento indispensabile.

Se si vuole riflettere per trovare strade nuove, che garantiscano la sopravvivenza, bisogna creare le condizioni perché ciò avvenga e niente più della formazione (di alto spessore) consente alle persone un momento di distacco dal quotidiano e la liberazione di nuove energie, il recupero delle risorse potenziali che spesso sono nascoste in ogni persona.

Liberarsi dello stress accumulato è un passo obbligato per generare quella creatività, quell’iniziativa, quell’intrapresa che sono le caratteristiche umane di sempre e che il benessere ha forse sopito.

La crisi sotto questo profilo può essere effettivamente un’opportunità, per ritrovare noi stessi re-inventare il futuro, magari su basi più solide, meno effimere di quelle che sinora abbiamo costruito, meno virtuali e più sostanziali.

Qualche autore, scienziato e psicologo, comincia a parlare non solo di valori (etici ed estetici), come noi facciamo da anni, bensì di spirito, un orientamento che trascende la materialità con cui il liberismo si è costruito, secondo leggi competitive che forse andranno armonizzate con quelle cooperative, come suggerisce la recente rivelazione del cervello sociale e dell’intelligenza sociale.

In sostanza il nostro cervello produce neuroni che ci consentono di adattarci all’ambiente e agli altri, per cui sarebbe forgiato dagli stimoli ricevuti. Quindi a stimoli negativi corrispondono nella nostra neurologia cerebrale altrettante negatività, mentre a stimolazioni positive si accompagnerebbero ben altre modalità espressive, sicuramente più adatte alla sopravvivenza biologica, sociale, fisica di un’umanità troppo in crescita numerica e troppo in decremento qualitativo.
Cambiamo valori, cambiamo atteggiamenti, cambiamenti fini individuali e sociali e cambierà anche il nostro modo di costruire una società, migliore.
 

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